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Fratello Marocchino di don Tonino

In ricordo di don Tonino Bello

Il 20 aprile di dieci anni fa veniva a mancare, prematuramente, Monsignor Antonio Bello, vescovo di Molfetta. Da tutti conosciuto e amato, pi semplicemente, come don Tonino. Un prete fuori dagli schemi, don Tonino. Sempre schierato con i poveri, con i senza-casa, con gli immigrati, con gli ultimi. Clamore suscit, certo non in chi lo conosceva, la sua decisione di ospitare nei locali del Vescovado alcune famiglie di sfrattati.

Le indicazioni che don Tonino ci offre hanno trovato e trovano ascolto anche in persone dalla differente formazione ideologica, culturale e religiosa. Il suo messaggio attraversa le nostre coscienze, le scuote, mette a nudo le nostre contraddizioni, rende fragili alcune nostre certezze.

Nel ricordo di don Tonino, riporto un suo brano tratto dal libro Alla finestra la speranza.



Gaetano Amatulli



Fratello marocchino



Se passi da casa mia, fermati.

Perdonami se ti chiamo cos, anche se col Marocco non hai nulla da spartire.

Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sofferenza: tapis!

La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dellEritrea, dellEtiopia o di Capo Verde. A che serve? Per il teatro delle sue marionette ha gi ritagliato una maschera su misura per te. Con tanto di nome: marocchino. E con tutti i colori del palcoscenico tragico della vita. Un berretto variopinto sul volto di spugna. I pendagli di cento bretelle cadenti dal braccio. Limmancabile coperta orientale sulla spalla ricurva. E quel grido di dolore soffocato dalla paura: tapis!

Il mondo ti indifferente. Ma forse non ne ha colpa. Perch se, passandoti accanto, ti vede dormire sul marciapiede, convinto che l, sulle stuoie invendute, giaccia riversa solo la tua maschera. Come quella di Arlecchino o di Stenterello, dopo lo spettacolo. Ma non la tua persona. Quella altrove. Forse volata su uno dei tanti tappeti che nessuno ha voluto comprare da te, nonostante limplorante sussurro: tapis!

Dimmi, marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai unanima pure tu? Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi l ricever? E viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere damore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brughiera?

Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati clandestini come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori pi umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il foglio di via obbligatorio.

Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato lamarezza dellemigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera.

Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora laudacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i pi elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro.

Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure lospitalit della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria.

Perdona soprattutto me, vescovo di questa citt, che non ti ho mai fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta, dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea.

Perdonaci fratello marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha il colore della tua pelle.



P.S. Se passi da casa mia, fermati.



DON TONINO, VESCOVO



Inviato da Raffaele il 20 Aprile 2003



(sg)